Il pericolo dell’indolenza spirituale

Il cristiano “indolente” è una contraddizione, perché non c’è nulla nella Bibbia e nella tradizione cristiana che lo incoraggi ad esserlo.

 

Ebrei 6.10-12: Dio infatti non è ingiusto da dimenticare l’opera vostra e l’amore che avete dimostrato per il suo nome con i servizi che avete resi e che rendete tuttora ai santi. Soltanto desideriamo che ciascuno di voi dimostri sino alla fine il medesimo zelo per giungere alla pienezza della speranza, affinché non diventiate indolenti, ma siate imitatori di quelli che per fede e pazienza ereditano le promesse.

 

L’autore della Lettera agli Ebrei stava elogiando quei credenti perché mostravano frutti della vera salvezza. Ma, anche così, li avvertendo di non lasciare che quel passato li rendesse stagnanti nella fede. La stessa diligenza che avevano in passato doveva essere il loro segno fino alla fine, fino a quando non sarebbero entrati in possesso della promessa: la nostra casa eterna. Pertanto, quei credenti dovevano abbondare nella speranza e perseverare. La speranza è mantenuta dalla perseveranza e la perseveranza deve essere coltivata ogni giorno. Ciò significa che se il cristiano è indolente (cioé: apatico, pigro) potrà naufragare nella fede.

 

L’indolenza era il peccato che stava colpendo quella comunità cristiana e, quindi, loro erano a rischio di apostasia – una ribellione contro Dio e la negazione di tutto ciò che Lo riguarda. Pertanto, dovevano essere imitatori di coloro che avevano una grande fede, come mostrato nel capitolo 11. Questo sarebbe la prevenzione o la cura per l’indifferenza e l’indolenza.

 

A questo proposito, la Lettera agli ebrei continua con queste parole di avvertimento e di incoraggiamento: Manteniamo ferma la confessione della nostra speranza, senza vacillare; Facciamo attenzione gli uni agli altri per incitarci all’amore e alle buone opere, non abbandonando la nostra comune adunanza come alcuni sono soliti fare, ma esortandoci a vicenda (10.23-25).

 

Mantenere ferma la confessione avviene attraverso un diligente esercizio spirituale. Ecco perché la comunità di fede (cioè, la chiesa locale) è molto importante nella vita di un credente in Gesù Cristo. Siamo importanti l’uno per l’altro, agenti di assistenza reciproca per incoraggiarci all’amore e alle buone opere, e lo Spirito Santo opera in nostro favore attraverso gli altri.

 

Forse alcuni cristiani potrebbero pensare che non hanno bisogno della chiesa, ma devono capire che la chiesa locale ha bisogno di loro. Chiunque non sente la mancanza della chiesa deve pensare molto seriamente alla sua condizione spirituale. La perdita di questo “senso di chiesa” è un segno che la fede deve urgentemente essere rinvigorita.

 

Nella Lettera agli Ebrei siamo esortati a combattere contro la deviazione causata dall’indifferenza alle cose spirituali. Questa indifferenza inizia quando ogni area della vita viene prima ed è più importante del Regno di Dio e della sua giustizia, quando la comunione con Dio e il desiderio di servirLo è sempre in secondo piano. Poi arriva lo scoraggiameto, la distanza dalla comunione con i fratelli, l’assenza dalla radunanza fino al completo raffreddamento. E’ proprio come una brace fuori del focolare. E il risultato più disastroso di questo intero processo può essere l’apostasia.

 

Alla fine la Lettera agli Ebrei ci porta ancora un’altra grande esortazione e un grande incoraggamento: (…) deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, e corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta (12.1-2). Pensare sempre a Cristo e a ciò che ha fatto per noi è il primo passo per rimanere saldi. Quando lo facciamo, la nostra vita sarà piena di gioia, il servizio a Dio sarà fatto con grande soddisfazione e non rischieremo mai di abbandonare la fede e la speranza che abbiamo nel nostro cuore.

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